Tecnici?

dicembre 11, 2011

E se si scoprisse che si può essere tecnicissimi ma, nello stesso tempo, molto pasticcioni o disperatamente banali? E persino, dio non voglia, che essere diventati così derivi proprio dagli studi più che profondi a cui ci si è dedicati in gioventù? Miti bocconiani se non in pezzi certo molto mal messi. Ascoltare in proposito discorsi in bar supermercati e autobus: a far così ero buono anch’io. Per carità , la voce del popolo non sarà divina. Ma i sospetti,siamo sinceri, non mancano.

Odio ritorto

novembre 12, 2011

Folla al Quirinale per l’exitus berlusconiano . Gli ingenui contestatori non sanno (ma sentono?) che stanno in realtà celebrando  il loro atroce Nemico e che gli rendono così un esaltante  omaggio d’odio? Sorgente ambigua di risentimenti difficili e creazione di uno spettro (un altro!) nella nostra esausta e interminabile ripetizione del passato.

Cromwell

novembre 7, 2011

La scelta del motto scovato dall’ illustrissimo FT  per caldamente sospingere B. giù dalla poltrona (In the name of God, go! che molti  scioccamente  traducono con “vattene via!”) ha il pregio di dire, se bene inteso,  molte cose interessanti.  Quelli che sanno di storia vi diranno che Cromwell, quella mente libera e buona, si era stufato di trovarsi di fronte a più fastidi del previsto per far fuori il Parlamento nell’anno domini 1653.  Così, presentatosi da capo dell’esercito nell’aula, uscì in quella frase (o in una simile, nessuno lo saprà mai) accusando Tizio e Caio di essere dei mezzi delinquenti, ubriaconi, e (guarda, guarda) contaballe e puttanieri. Fin qui siamo nella perfetta metafora: B. ha il fatto suo, già profeticamente annunciato.

Ma la frase non vuol dire “vattene” o “vai via!”  come ha tradotto la sepolcrale e imbiancata Repubblica ma più precisamente “andatevene” e non è riferita a un re o a un presidente ma a un Parlamento. Pieno di lazzaroni e trafficoni, magari, ma pur sempre tale, anche se poco disposto a farsi fuori da solo.  L’insegnamento che ci riguarda, però, viene da quanto accaduto dopo: il nostro Cromwell, preso dal sacro zelo che lo animava fin troppo spesso, irrobustito da qualche buon massacro di Scozzesi e Irlandesi, fa eleggere dalle congregazioni locali, a lui fedeli, un Parlamento, diciamo così, un po’ speciale, il  Barebone’s Parliament. Detto in questo modo non fa una grande impressione: ma quella assemblea è più nota come Parlamento dei Santi, perchè composto solo dagli  uomini  migliori, più zelanti e devoti, (oltre che ben forniti di moneta) naturalmente scelti dal capo (ormai Dittatore) per assicurare l’avvento della migliore società in terra. E così ci siamo davvero in pieno e l’apologo contro il Delinquente Italiano Massimo può svelare la sua vera lezione politico-morale.

Affidiamoci ai migliori, stabiliamo un elenco fisso di virtù, badiamo ad essere noi a stilarne la lista e facciamo finalmente corrispondere la realtà, sempre curiosamente restia a farsi ingabbiare dal Bene, a star dentro ai devoti limiti imposti. Quella del governo dei migliori non è una grande novità, risorge a singhiozzi nella storia con la sua brutta faccia imbellettata e compunta. I suoi risultati non raggiungono mai le esigenti aspettative ma l’illusione di far fuori gli altri e la loro indegna inadeguatezza  è troppo succosa e difficile da abbandonare. Noi siamo immersi in uno di questi lugubri singhiozzi: da quello vero e robusto del governo europeo senza neppure l’ipocrisia della rappresentanza residua degli esclusi (il tandem Merkozy come dicono i francesi, dove la parte Sarkozy potrebbe tranquillamente essere eliminata) all’ auspicio di sollecitarne un altro sotto forma di  delegazione virtuosa in sede locale, nella lontana Roma. Anche qui riappare il fantasma del Lord Protettore buono il cui unico difetto è quello di doversi cercare i voti degli indegni residui del Lord Protettore cattivo, appena eliminato.

Soccorrerà la conversione, il miracolo paolino con caduta (aih!) da cavallo, una magari sincera risistemazione intellettuale o sentimentale. Tutto bene, presi i passaggi di campo uno per uno. Ma l’insieme instupidisce e fa sospirare, anche se il trapasso  collettivo dalla malignità alla virtù è sempre un gran pezzo di teatro, una distrazione da gustare come i corposi passiti o il Barolo Chinato.  Resteranno però sempre abbastanza Cattivi per ostacolare subdolamente, viziosamente i  Buoni. Tanto da far riapparire, nei tratti dell’ Esperienza dell’Onestà e della Responsabilità un minimo di imprevista porcaggine.

P. S. So che queste conclusioni, fintamente scettiche, piacciono pochissimo ai Buoni  che si affrettano: “Ma non è mica tutto uguale, ci sono delle differenze”.  Sì, ci sono, ma non tante e non tutte per il verso previsto.

Seeing in the beginnings inevitable ends

agosto 10, 2011

Dato che me la canto e me la suono da solo posso permettermi un auto-elogio. Senza esagerare, per carità.  Ora che l’inevitabile e necessario passaggio della direzione politica ed  economica europea è ben saldo nelle mani della Germania, ricordo un articolo di qualche mese fa che dava come già compiuto ciò che ora appare a molti come uno sviluppo recentissimo.  Che i tedeschi siano i veri gestori della politica europea presente e futura non dipende neppure dalla coscienza che i loro responsabili politici possono avere ora di questa funzione: Angela Merkel, in particolare, non sembra rendersene del tutto conto e, forse, neppure desiderarlo. Anche perchè questo revirement implicherà enormi revisioni ideologiche e influenzerà moltissimo l’immagine del passato recente della Germania. Con serie conseguenze sulla costruzione collettiva della memoria degli stessi tedeschi. Basta una domanda per tutte: quale rapporto si vorrà riconoscere tra gli anni Trenta, la guerra e la rinascita tedesca?   Reggerà il rifiuto della destra filo-nazista al diffondersi di un inevitabile orgoglio imperiale? E quali saranno gli effetti sul sistema democratico-elettivo degli altri paesi e sul loro declinante ceto politico? I piccolissimi Bersani, Casini, Berlusconi (o loro eredi) ma anche i Cameron e Sarkozy, i socialisti francesi e i popolari spagnoli dovranno e potranno accettare un sistema politico che li priva di rappresentanza? Il caso del Belgio che si governa benissimo, per ora, senza un vero governo, perchè le  decisioni serie si prendono altrove, sarà il nostro destino? E’ molto probabile, nonostante il fuoco e le fiamme impotenti che arriveranno da Parigi e Londra.

Guerra civile fredda

febbraio 15, 2011

Un bell’articolo, ragionato e semplice, su “The frontpage” di Rondolino e Velardi (http://www.thefrontpage.it/2011/02/15/il-salvacondotto/) dice le cose che ogni politico serio dovrebbe pensare su quanto di spaventoso e tragico sta accadendo nella vicenda politica, giudiziaria e civile dell’Italia.

La proposta di un’uscita rappacificata,  per quanto possibile, dallo scontro tra destra e sinistra, tra magistratura e governo-amministrazione (non semplicemente tra giudici e politica) manca però di una condizione essenziale. Cioè gli strumenti giuridici e politici che la potrebbero consentire. Chi sarebbe in grado di concedere un salvacondotto a Berlusconi? Non il Presidente della Repubblica che lo potrebbe sì graziare, ma dopo una condanna, cioè a cose già fatte. Non il Parlamento che non avrebbe i poteri di evitargli un processo. E chi altro? Spero non si pensi a una qualsiasi forma di autolimitazione della magistratura, ipotesi esclusa dal solo fatto che, in ogni caso, essa non rischia nulla nel “vincere”, come è ovvio, ma neppure nel “perdere”. L’impossibilità di una riforma dell’ordinamento giudiziario è prova provata, al di là di ogni dubbio.

Certo, una riforma istituzionale potrebbe rimediare a tutte queste debolezze. Ma chi la vuole? Forse una delle parti in causa, il PdL, e non è neppure del tutto sicuro. Certo non la sinistra, la cui unica preoccupazione è difendere “la migliore costituzione del mondo”. Si manifesta così, anche in questa vicenda, la vera falla della società italiana: la sua insofferenza ineliminabile per ogni principio riconosciuto di potere di decisione, posto in capo a chi rappresenti, pro tempore, la legittimità politica. Ciò che è in questione è il potere di governo: appena esso appare, o può profilarsi all’orizzonte o sta per tradursi in istituzione giuridica, tutte le burocrazie i consorzi e le cordate di interessi si riuniscono all’unico scopo di mantenere in vita tutti i poteri di interdizione reciproca che costituiscono la natura profonda del sistema di relazioni e di controllo ai quali, quasi inconsapevolmente, preferiamo rimanere fedeli. Nella retorica dei partiti e dei giuristi tutto questo si riassume nell’elogio della democrazia come insieme di poteri e contropoteri: benissimo, naturalmente, non fosse che l’argomento ha senso se il primo potere, quello degli elettori e delle loro scelte di governo, viene rigorosamente rispettato e difeso. Senza potere politico legittimato democraticamente, i contropoteri sono finzione, perversione del diritto e usurpazione di funzioni. Senza contare che i contropoteri dovrebbero potersi esercitare con equità nei confronti del potere politico di ogni orientamento, ciò di cui moltissimi italiani dubitano con qualche ragione. E la fine di Berlusconi non sposterà nulla di tutto ciò di una sola virgola.

Senza riforma, anzi, senza ristrutturazione istituzionale completa non si esce dalla guerra civile fredda.  Che, forse, è proprio il gioco che piace e a cui non si vuole rinunciare. A meno di non doverne pagare, un giorno, un prezzo tragicamente imprevisto e troppo alto.

Frase falsa

maggio 24, 2010

Non so se l’italiano, protagonista maschile premiato a Cannes, sia un bravo attore ma suppongo di sì. Noto solo che ricevendo il premio ha dichiarato che gli italiani sono migliori della loro classe dirigente. A parte l’uso sconsiderato di questa fatua e falsa categoria, ormai invalsa nell’uso come una specie di rituale linguistico irriflesso, bisognerebbe far notare all’illustre laureato che, come si diceva una volta, chi si loda s’imbroda. E che l’idea singolare di un popolo migliore dei propri politici (a questi, di fatto, si riferiva l’affermazione) necessita di un ben lungo percorso di prove per essere dimostrata.

Ma dirlo è carino e fa sempre un bel vedere. In un beato mondo la cui principale preoccupazione è quella di evitare di  fare i conti con le pratiche sociali vere e diffuse. Oltre che, molto spesso,  con la propria storia  e quella, non dissimile,  di nonni, zie, parenti e cari conoscenti.  Dio non voglia ci si ritrovi troppo simili al ributtante berlusconismo che, viste le premesse analitiche, verrà prima caricato di ogni ignominia, poi attribuito ai soli nemici politici e trasformato così in un oggetto incapsulato e inoffensivo.

Noi siamo buoni e tu sei cattivo. Una bella frase. Falsa.

Provare per credere

maggio 16, 2010

Non credo che la maggior parte dei politici italiani e, tanto meno, l’opinione pubblica (non solo da noi) abbia ben capito quanto sta accadendo sotto i nostri occhi. Le politiche economiche dei vari paesi del continente non si decideranno più nelle varie capitali, neppure per la parte residua ora rimasta. Ma saranno affidate formalmente alla Commissione Europea, in realtà al governo di Berlino.

Questo è almeno il progetto, molto ostacolato, che corrisponde, però, a una vera necessità non solo economica ma soprattutto politica.  Ci sarà tempo per rendersene conto e per misurare le conseguenze epocali di una decisione a lungo attesa, auspicata e temuta.

Per il momento basterà ricordare quali saranno i primi effetti, almeno da noi. Finite le illusioni e le trattative estenuanti a cui regioni, sindacati, professioni e gruppi vari pensavano di affidarsi per strappare più soldi. Dovranno accontentarsi di redistribuire quello che resta: ma non sarà la stessa cosa. Già Balducci Scajola e il vario generone romano dovranno rifare i conti. Persino l’onnipotente chiesa cattolica nazionale comincia a sentire il cambio di passo.

Molti credono che trattare con Tremonti sia dura. Ma i diversi Bersani, Epifani e Bindi (per non parlare di gente come Lombardo Vendola o Bossi) non hanno ancora assaggiato la medicina tedesca.  Provare per credere.

Primo giorno

maggio 11, 2010

L’utilissimo Bossi giovane ha dichiarato, entrando al consiglio regionale lombardo: “sono emozionato come il primo giorno di scuola”. Lodevolissimo. Speriamo, però, che la conclusione del cursus politico non somigli a quella  toccata alla carriera scolastica del Nostro. Infatti tutti ci auguriamo che il Signore ce lo conservi a lungo; vorremmo però evitare che ci accompagni di qui all’eternità.

Privilegio e corruzione

maggio 6, 2010

Il giornalista Sallusti non è proprio quello che si dice un simpaticone e non a molti verrebbe in mente di andarci a fare insieme un’allegra bicchierata. Ma, scatenando le ire maldestre dell’altrimenti algido D’Alema, ha posto, magari inconsapevolmente, una questione tutt’altro che periferica. Il privilegio (in politica, nell’amministrazione e in genere tra i percettori di reddito del settore pubblico) ci costa di più o di meno della corruzione? Ed è più o meno socialmente significativo o moralmente riprovevole?

La domanda non è particolarmente popolare in Italia, dove vige una distinzione ferrea tra legale/illegale, quasi che questo sia il criterio unico per giudicare di ciò che va proscritto e di quanto invece è accettabile. Questa, in fondo, era la posizione di D’Alema al quale il fatto di pagare l’equo canone per una più che decente residenza negli anni Novanta non sembrava affatto scandaloso visto che il suo comportamento rientrava tra quelli consentiti dalla legge. Senza ricordare che in quel periodo riuscire a trovare un appartamento in affitto era quasi difficile quanto vincere alla lotteria e che trovarlo da un ente previdenziale apparteneva per la totalità degli italiani al mondo dei sogni. Per di più pagando il canone imposto dalla legge che, paradossalmente, costituiva la rara avis di un mercato nel quale gli affitti ufficiali nuovi erano una infinitesima parte del già scarsissimo mercato nero.

Quindi una situazione di vero privilegio, termine che equivale a scambio di favori (o corruzione) legalizzata. Privilegio magari ottenuto senza chiedere, per offerta spontanea ma interessata. Qualcuno può davvero credere che, se non fosse stato un dirigente politico importante, avrebbe trovato ugualmente un’identica sistemazione? Ciò che dimostra come il rimanere nella legalità non solo non precluda comportamenti disdicevoli ma li renda in qualche caso terribilmente antipatici, proprio per la virtù di cui si ammantano. Questa incongruenza, non esplicitata ma ben presente, ha fatto saltare la mosca al naso al famoso e fin troppo collaudato politico massimo. E allo scoppio di furore ha forse contribuito anche l’esito paradossale della vicenda. Che ha visto D’Alema lasciare l’economico alloggio mentre gli altri politici sindacalisti e notabili lo conservavano golosamente. Diventandone poi proprietati a prezzi stracciati, dopo la buriana giornalistica.

Troppo persino per chi, volendo apparire disinteressato, è inciampato, col danno e le beffe,  nel più vecchio dei così fan tutti.

L’ombra del Führer

maggio 6, 2010

Oggi 6 maggio 2010 è apparsa una lettera di intenti sulla crisi dell’euro firmata da Angela Merkel e da Nicolas Sarkozy. Si tratta in realtà di un vero programma economico-politico attraverso il quale l’unione europea si dovrebbe proporre come controllore stringente del debito e del deficit dei paesi legati alla moneta unica. Organizzando vere istituzioni di accertamento dell’accettabilità delle politiche economiche dei paesi associati e costruendo organi di controllo (statistici e valutativi) cogenti e sottratti alla sovranità dei singoli stati.

Non un governo comune della finanza europea, ma qualcosa che si avvicina a quel proposito, facendo compiere alla crisi il lavoro politico e diplomatico finora risultato impossibile per l’opposizione di molti governi, compresi quelli dei due firmatari. Benissimo, si dirà, quello che ci vuole per mettere la moneta in sicurezza e rinviare di molto, se non eliminare del tutto, il rischio di insolvenza o la stessa possibilità che l’euro sia travolto dall’azione implacabile dei mercati.

C’è però un serio problema politico che si affaccia dietro questo proposito regolatore e pacificatore. Ed è l’ombra di un pericolo costante di fine Ottocento e della prima parte del Novecento: il predominio tedesco e lo spettro della seconda guerra mondiale.  La lettera, infatti, ripropone una sostanziale egemonia della Germania riunificata sull’intero continente. Non più con le armi, ovviamente, e neppure con una dittatura, ma con una sostanziale perdita di sovranità di tutti i paesi, Francia compresa, anzi in prima linea.  Occorre, infatti, leggere bene la lettera di Merkel e Sarkozy: l’unica firma che conta in quel documento è quella della prima, mentre il secondo, sia pure nel disperato tentativo di nascondere la verità, appare come uno dei principali destinatari del diktat. Quando infatti ci si propone di controllare l’eccesso di deficit, a chi si fa riferimento se non alla Francia che, viaggiando all’8% annuo sul Pil, sta costruendo progressivamente una massa di debito incontrollabile, visto che il suo tasso di crescita, se tutto va bene, sarà all’1,2/1,3?  Paradossalmente è più facile controllare il debito del deficit visto che questo si nutre di spese attuali e, soprattutto,  di aspettative di spese future, mentre il primo appartiene esclusivamente al passato e potrebbe essere già stato messo in condizione di (quasi) non nuocere se il deficit è ben sorvegliato. Come alla fine della ultima guerra la Francia tenta di  accodarsi  ai vincitori senza averne il minimo diritto. Ma in questo caso l’operazione è infinitamente più scoperta e di difficile realizzazione.

Se non per un elemento, davvero nuovo e decisivo. Anche questo collegatato a quel terribile passato che ritorna inesorabile. La Germania ha costruito tutta la sua politica, tutta la sua identità nazionale, culturale e quasi antropologica negli ultimi decenni rifiutando una qualsiasi funzione egemone sugli altri stati europei, se non sul semplice terreno della preminenza economica. Ma rifuggendo, come dalla peste, da qualsiasi posizione politica dominante che le imporrebbe di comandare di nuovo, di intervenire nelle faccende interne di altri paesi. Ora, quello che le si chiede (ma che non si vuole, Grecia docet)  è esattamente di riprendere il dominio politico dell’Europa. Ma la Germania non ha più gli uomini, il Geist del comando, il coraggio anche di una simile responsabilità. Teme non solo di risuscitare nei vicini l’odio anti-tedesco, di cui si avvertono già le prime tracce,  ma forse anche di far riemergere al proprio interno l’ombra terribile del proprio nazionalismo, delle forze che hanno permesso la dittatura  non moltissimi decenni fa. Teme la debolezza della Francia, indisponibile a farsi sottomettere dal vicino, ma incapace di resistergli. Si spiega anche così il neo-isolazionismo tedesco, potentemente in azione nella crisi greca, ben al di là delle incertezze solo economiche sulla possibilità di restituzione del prestito. Ed anche  le tentazioni di uscire dall’euro per riprendersi il marco e lasciare gli altri con una valuta inflazionata e screditata.

Così un presidente umiliato e una cancelliera incerta scrivono una lettera apparentemente “tecnica” agli altri governi. Più spaventati e incerti di loro. Potrebbe essere questa l’occasione e la base politica per unirsi di nuovo, obtorto collo,  in un’impresa collettiva che nessuno desidera davvero ma che sembra imporsi come unica soluzione.


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