Il giornalista Sallusti non è proprio quello che si dice un simpaticone e non a molti verrebbe in mente di andarci a fare insieme un’allegra bicchierata. Ma, scatenando le ire maldestre dell’altrimenti algido D’Alema, ha posto, magari inconsapevolmente, una questione tutt’altro che periferica. Il privilegio (in politica, nell’amministrazione e in genere tra i percettori di reddito del settore pubblico) ci costa di più o di meno della corruzione? Ed è più o meno socialmente significativo o moralmente riprovevole?
La domanda non è particolarmente popolare in Italia, dove vige una distinzione ferrea tra legale/illegale, quasi che questo sia il criterio unico per giudicare di ciò che va proscritto e di quanto invece è accettabile. Questa, in fondo, era la posizione di D’Alema al quale il fatto di pagare l’equo canone per una più che decente residenza negli anni Novanta non sembrava affatto scandaloso visto che il suo comportamento rientrava tra quelli consentiti dalla legge. Senza ricordare che in quel periodo riuscire a trovare un appartamento in affitto era quasi difficile quanto vincere alla lotteria e che trovarlo da un ente previdenziale apparteneva per la totalità degli italiani al mondo dei sogni. Per di più pagando il canone imposto dalla legge che, paradossalmente, costituiva la rara avis di un mercato nel quale gli affitti ufficiali nuovi erano una infinitesima parte del già scarsissimo mercato nero.
Quindi una situazione di vero privilegio, termine che equivale a scambio di favori (o corruzione) legalizzata. Privilegio magari ottenuto senza chiedere, per offerta spontanea ma interessata. Qualcuno può davvero credere che, se non fosse stato un dirigente politico importante, avrebbe trovato ugualmente un’identica sistemazione? Ciò che dimostra come il rimanere nella legalità non solo non precluda comportamenti disdicevoli ma li renda in qualche caso terribilmente antipatici, proprio per la virtù di cui si ammantano. Questa incongruenza, non esplicitata ma ben presente, ha fatto saltare la mosca al naso al famoso e fin troppo collaudato politico massimo. E allo scoppio di furore ha forse contribuito anche l’esito paradossale della vicenda. Che ha visto D’Alema lasciare l’economico alloggio mentre gli altri politici sindacalisti e notabili lo conservavano golosamente. Diventandone poi proprietati a prezzi stracciati, dopo la buriana giornalistica.
Troppo persino per chi, volendo apparire disinteressato, è inciampato, col danno e le beffe, nel più vecchio dei così fan tutti.
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