Un bell’articolo, ragionato e semplice, su “The frontpage” di Rondolino e Velardi (http://www.thefrontpage.it/2011/02/15/il-salvacondotto/) dice le cose che ogni politico serio dovrebbe pensare su quanto di spaventoso e tragico sta accadendo nella vicenda politica, giudiziaria e civile dell’Italia.
La proposta di un’uscita rappacificata, per quanto possibile, dallo scontro tra destra e sinistra, tra magistratura e governo-amministrazione (non semplicemente tra giudici e politica) manca però di una condizione essenziale. Cioè gli strumenti giuridici e politici che la potrebbero consentire. Chi sarebbe in grado di concedere un salvacondotto a Berlusconi? Non il Presidente della Repubblica che lo potrebbe sì graziare, ma dopo una condanna, cioè a cose già fatte. Non il Parlamento che non avrebbe i poteri di evitargli un processo. E chi altro? Spero non si pensi a una qualsiasi forma di autolimitazione della magistratura, ipotesi esclusa dal solo fatto che, in ogni caso, essa non rischia nulla nel “vincere”, come è ovvio, ma neppure nel “perdere”. L’impossibilità di una riforma dell’ordinamento giudiziario è prova provata, al di là di ogni dubbio.
Certo, una riforma istituzionale potrebbe rimediare a tutte queste debolezze. Ma chi la vuole? Forse una delle parti in causa, il PdL, e non è neppure del tutto sicuro. Certo non la sinistra, la cui unica preoccupazione è difendere “la migliore costituzione del mondo”. Si manifesta così, anche in questa vicenda, la vera falla della società italiana: la sua insofferenza ineliminabile per ogni principio riconosciuto di potere di decisione, posto in capo a chi rappresenti, pro tempore, la legittimità politica. Ciò che è in questione è il potere di governo: appena esso appare, o può profilarsi all’orizzonte o sta per tradursi in istituzione giuridica, tutte le burocrazie i consorzi e le cordate di interessi si riuniscono all’unico scopo di mantenere in vita tutti i poteri di interdizione reciproca che costituiscono la natura profonda del sistema di relazioni e di controllo ai quali, quasi inconsapevolmente, preferiamo rimanere fedeli. Nella retorica dei partiti e dei giuristi tutto questo si riassume nell’elogio della democrazia come insieme di poteri e contropoteri: benissimo, naturalmente, non fosse che l’argomento ha senso se il primo potere, quello degli elettori e delle loro scelte di governo, viene rigorosamente rispettato e difeso. Senza potere politico legittimato democraticamente, i contropoteri sono finzione, perversione del diritto e usurpazione di funzioni. Senza contare che i contropoteri dovrebbero potersi esercitare con equità nei confronti del potere politico di ogni orientamento, ciò di cui moltissimi italiani dubitano con qualche ragione. E la fine di Berlusconi non sposterà nulla di tutto ciò di una sola virgola.
Senza riforma, anzi, senza ristrutturazione istituzionale completa non si esce dalla guerra civile fredda. Che, forse, è proprio il gioco che piace e a cui non si vuole rinunciare. A meno di non doverne pagare, un giorno, un prezzo tragicamente imprevisto e troppo alto.